Affascinante e artistico il salotto culturale tenutosi presso la Profumeria Prioli, sabato scorso, in occasione della presentazione della plaquet di Antonella Rizzo “Lettera di Ipazia a Teone” (Fusibilia libri).

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Antonella Rizzo, affiancata nel dialogo corrisposto con il pubblico da una illuminata Fabrizia Ranelletti, ha porto, così, le tematiche sulla libertà, sulla conoscenza e l’essere donna da difendere oltre ogni paura.

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Fabrizia Ranelletti – Foto di Angela Marano

In una lettera indirizzata al padre Teone, Ipazia con stanze struggenti spiega la  sua brama di conoscenza e il piacere che questa le suscita.

L’idea di scrivere sull’affascinante emblema femminile dell’antichità nasce dalla curiosità della nostra poeta verso le donne dell’antichità, il loro fare, dire, costruire e la  loro capacità di entrare nella storia.

 

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foto di Angela Marano
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Laura Di Marco – Foto di Angela Marano

L’accoglienza dell’aroma di patchouli ha subito creato la giusta e vivace empatia tra l’autrice, la sua Ipazia, l’arpeggio di Laura di Marco e il pubblico, tra cui spiccava peraltro il sagace e indomabile poeta Antonio Veneziani.

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Foto di Angela Marano
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Foto di Angela Marano

Dona Amati, l’editora, ha introdotto lo scritto manifestando un particolare compiacimento nel pubblicare la storia di una donna che voleva solo essere libera, libera di pensare, conoscere e credere.

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Dona Amati Foto di Angela Marano

Infatti, la filosofa Ipazia viene uccisa da un gruppo di fanatici cristiani (si dice in una fonte) l’8 marzo del 415 d.C.

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Nel IV secolo ad Alessandria d’Egitto, nacque Ipazia; la data della nascita è considerata intorno al 370 d.C.
Astronoma, matematica e filosofa a lei è dovuta l’invenzione dell’astrolabio e dell’idroscopio, matematica e poetessa, Madre Natura la fornì, oltre della sua straordinaria intelligenza, di una incomparabile bellezza e questa donna dalla mente libera e con i suoi studi divenne, come scrivono gli storici del suo tempo, persino migliore di suo padre, anch’esso filosofo e pensatore.
Donna della virtù del sapere, la filosofa, al termine delle sue giornate di lavoro e di ricerca, indossava il tribon – come si addiceva ai grandi filosofi – e sulla piazza di Alessandria insegnava e introduceva i suoi allievi alle scienze matematiche, all’astronomia ed alla filosofia, spiegando – per oltre vent’anni – a chiunque volesse ascoltarla, Platone o Aristotele e le opere di altri filosofi.
Di Ipazia non ci è pervenuto al contrario materiale scritto anche se dalle fonti sappiamo che era seguace della dottrina neoplatonica e guidò per diverso tempo la stessa scuola di Alessandria.
Scrive Socrate Scolastico: “era giunta a tanta cultura da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e a spiegare a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche. Per questo motivo accorrevano da lei da ogni parte tutti coloro che desideravano pensare in modo filosofico”.
Poiché questa era la natura di Ipazia, “astro incontaminato della sapiente cultura”, la gran parte della sua città l’amava, la ossequiava grandemente e le persone che ogni volta si prendevano carico delle pubbliche questioni, erano solite recarsi prima di tutto da lei.
Con la chiusura dei templi pagani e le persecuzioni ai danni dei non-cristiani, Ipazia divenne presto simbolo della resistenza culturale ellenica. Si racconta che cominciò anche ad insegnare a chiunque volesse ascoltarla, tenendo orazioni in pubblico. La sua figura scatenò probabilmente le ire del nuovo vescovo della città, Cirillo.
Questi, come scrive il filosofo Damascio, «il vescovo era a capo della setta avversa» (in origine setta, come un insieme di persone che seguivano una dottrina religiosa o filosofica), mettendoli rispettivamente Ipazia dalla parte pagana e il vescovo “ovviamente” da quella cristiana, in una città molto agitata dalle opposte fazioni, timoroso dell’eccessiva popolarità di Ipazia istigò i fedeli contro la filosofa, avvenne così che la filosofa, in un giorno di quella primavera, mentre rientrava a casa dopo una sua pubblica apparizione, una moltitudine di uomini – antichi monaci parabalani imbestialiti – la tirarono giù dalla carrozza, la trascinarono nella Chiesa del Cesareo e la spogliarono dalle vesti; nuda la massacrarono con ferocia, le cavarono gli occhi ancora viva e le scorticarono la carne con cocci aguzzi di terracotta. Infine, ridotta in brandelli, la trasportarono al Cineran e la diedero alle fiamme.
Un’infamia alla ragione, alla conoscenza ed al sapere, compiuta dal fanatismo religioso e turbolento che nulla aveva a che fare con lo spirito e con il sublime messaggio di Gesù Cristo. 

L’evento è stato realizzato con il patrocinio dell’associazione L’Arco di Aprilia, che ringrazia Angela Marano per gli scatti fotografici concessi.

Marina Cozzo